Sorvegliati speciali, ovviamente a nostra insaputa. Registrare nuovi contatti in rubrica o scattare una foto accettando, successivamente, la richiesta di localizzazione, sono gesti che ognuno di noi compie quotidianamente. Ebbene, proprio queste semplici azioni rendono pubblici i nostri dati e le immagini sul nostro cellulare. Molte delle applicazioni che scegliamo di installare sullo smartphone, consentono ai gestori delle stesse la possibilità di entrare nei nostri archivi e, volendo, di copiare quanto contenuto al loro interno.
Ironia della sorte, a denunciare la violazione della privacy non sono state né la Apple, né Google, creatori rispettivamente di iOS e Android, i due sistemi operativi più diffusi fra gli smartphone. Bensì le società sviluppatrici delle applicazioni. L'azienda di Cupertino si è ben guardata di dare spiegazioni a riguardo, nonostante in passato avesse più volte assicurato di controllare scrupolosamente il profilo di tutela dei dati personali di ogni applicazione prima di autorizzarla per gli iPhone. Diversa la reazione di Google: "Riconsidereremo il nostro approccio in materia". Ma la posizione della società di Mountain View è anche peggiore di quella della Apple. Se per gli iPhone la possibilità di copiare le immagini dall'archivio si verifica soltanto se l'utente accetta la richiesta di localizzazione della foto scattata, con Android il trasferimento può essere effettuato anche in automatico.
Per Google la privacy si conferma dunque un tasto dolente. Già sotto la lente in Europa per la scelta di attivare il nuovo sistema integrato e unificato in materia di riservatezza dei dati senza aspettare gli esiti dei controlli dell'Unione Europea, si trova adesso ad affrontare l'ennesima grana.
Fonte: IB Times
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