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Se la privacy vale meno di una pizza

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Che prezzo date alla vostra privacy? Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Standford per la ricerca in materia di politica economica rivela che la stragrande maggioranza degli utenti sono disposti a rinunciare alla loro riservatezza in cambio di una pizza gratis. Queste le conclusioni a cui sono giunti l’economista Susan Athey e i suoi due colleghi Christian Catalini e Catherine Tucker al termine di una ricerca condotta su 3.108 studenti con il principale obiettivo di incoraggiare la sperimentazione dei Bitcoin da parte del Massachusetts Institute of Technology.

Quando i partecipanti allo studio dovevano indicare le proprie impostazioni per memorizzare e gestire la valuta digitale, è stato chiesto di indicare anche le loro preferenze sulla privacy, e ciò che è emerso è stato ben differente da quello che in genere dichiarano di desiderare gli utenti circa la tutela della loro riservatezza.

Alla luce dei sorprendenti risultati, Susan Athey ha spiegato: ”Anche se quando vengono intervistate esprimono frustrazione e infelicità per la perdita della loro privacy, le persone tendono poi a fare scelte che non corrispondono alle preferenze che dichiarano”.

E non soltanto gli studenti hanno mostrato di essere pronti a barattare la loro privacy per un banale incentivo quale può essere una pizza in omaggio, ma nel corso dello studio hanno pure rivelato di non essere neanche stimolati a fare significativi sforzi per mettere in sicurezza i loro dati personali: è stato infatti proposto loro di aggiungere una protezione aggiuntiva al loro borsellino elettronico di Bitcoin mediante un servizio di crittografia, e seppure la metà degli studenti ha inizialmente scelto di attivare l’opzione, il 50% di questi ha poco dopo abbandonato la procedura tornando alle impostazioni iniziali senza crittografia.

In questo scenario paradossale, in cui gli utenti affermano di volere più privacy mostrando poi però debolezza e pigrizia quando dovrebbero tradurre le loro intenzioni in azioni vero è anche che sono arguti i guru del web e del marketing a creare le situazioni ideali per ottenere certe reazioni, ad esempio utilizzando spesso stimoli che fanno leva su fattori emozionali come quello della ricompensa in cambio dei dati (vedasi appunto quella della pizza in regalo), inserire informative lunghissime e scritte in gergo legalese che pochissimi finiscono per leggere, avvisi molte volte impercettibili (e non a caso minuscoli specialmente sui piccoli display degli smartphone) come i fastidiosi banner dei cookies che gli utenti non vedono l'ora di chiudere, nonché procedure complicate e stancanti e talvolta difficilmente individuabili per attivare opzioni di protezione dei dati, come quella della crittografia offerta nel corso dello studio dei ricercatori di Standford.

Bravi e furbi quindi i giganti del web, ma per contrastare questi fenomeni servirebbe la mano delle istituzioni con diffuse campagne di informazione e sensibilizzazione, e soprattutto regole più rigide da far rispettare per tutelare davvero la privacy degli utenti.

Un simile approccio, in parte atteso con l’applicazione del nuovo Regolamento UE 2016/679 sulla protezione dei dati personali che sarà operativo dal 25 maggio 2018, genererebbe peraltro una maggiore fiducia dei consumatori online, e contribuirebbe allo sviluppo del mercato digitale.

Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy - @Nicola_Bernardi - Articolo pubblicato su Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 07 Agosto 2017 19:40 )  

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